Arieggio la testa

Un’immigrata entra nel salone di un parrucchiere sordo e si fa i capelli quasi a zero. No, non è una barzelletta cafona per distendere gli animi, ma l’ennesima brutta iniziativa della sottoscritta il giorno in cui ho scoperto che i capelli lunghi ormai mi erano venuti a noia.

Come al solito una storia piena di tutti quegli elementi che fanno fare spallucce anche ai parenti che mi vogliono più bene e che, per affetto, dovrebbero teoricamente fingersi interessati, ma che io narrerò esclusivamente perché ho manie di protagonismo (penso che un blog e tre account Instagram siano una prova più che valida del fatto che sono alla ricerca di attenzioni).

E io già ti vedo, amicissimo mio, mentre mi urli oscenità condite da grandi verità della portata di “non me ne frega niente della tua acconciatura da bimbo iniziato al buddismo a poche ore dallo scoppio della guerra” e dopo aver annaspato alla ricerca di un po’ d’aria aggiungi “senza contare che il tuo brutto racconto è pure politicamente scorretto e riguarda una categoria protetta per legge”.

E in effetti hai ragione, affascinante lettore, e mi scuso per l’indelicatezza…ehm ma dove eravamo?…

Questo simpatico aneddoto comincia con una me che si dirige a passo di danza verso quello che teoricamente dovrebbe essere uno dei cinquanta migliori parrucchieri della Germania. Dal momento in cui nell’articolo trovato su www.cialtronerie.de non veniva specificato esattamente se si trattasse del terzo o del quarantanovesimo non so giustificarti la mia spavalderia nell’entrare nel salone corredata di foto di top model con capelli corti e pretendendo di uscirne con quelle fattezze.

E quindi entro e mi spiaggio per una decina di minuti in sala d’attesa insieme a una signora che tenta di cominciare una conversazione ma che scoraggio facendo quello che mi viene meglio ovvero avvalendomi della carta: “Non parlo la tua lingua e devi esserti presa un abbaglio se mi hai sentita comunicare con la segretaria in tedesco mezzo minuto fa”.

Arriva così il mio turno. Il mio coiffeur si presenta, mi spiega brevemente il suo problema di sordità e mi chiede come io intenda trasformare la natura morta che sfoggio sul capo.

Nonostante siano passate pochissime ore da allora, mi faccio quasi tenerezza mentre ripenso alla me sciocchina che, dopo aver mostrato la reference, spiego per filo e per segno tutto ciò che avrei voluto e soprattutto ciò che non avrei voluto facesse ai miei capelli.

Il parrucchiere che più che sordo mi sembrava avesse il pallino del bastian contrario, mi rassicura che tutto ciò che ho appena sottolineato non volere è proprio quello che invece lui crede possa fare di me la prossima candidata a Miss Mondo. Dopo aver terminato di rassicurarmi che se anche non avesse avuto l’apparecchio acustico spento, tutte quelle informazioni da un orecchio gli erano entrate e dall’altro erano uscite, mi chiede anche la gentilezza di mettere via la foto della bona a cui volevo copiare il taglio perché “ogni testa è diversa e preferisco improvvisare”.

Eccellente.

E quindi con la certezza di aver preso come al solito una brutta decisione e di averla letteralmente pagata tantissimo sia in termini di sex appeal che denaro (56 euro di taglio bojafauss) mi dirigo per il lavaggio della zazzera.

Probabilmente per giustificare il prezzo di una rasata di testa, l’acconciatore mi fa sedere su una poltrona massaggiante. Un favore che di fatto in pochi secondi si trasforma in un ennesimo sfregio contando che la seduta comincia tutta a ondeggiare e io che soffro il mal di mare comincio un po’ a pentirmi di non esserci andata leggera a pranzo.

Mentre mi lascio purificare la testa sul catamarano, il parrucchiere mi avverte che per riparare l’irreparabile eseguirà anche un trattamento da due minuti alla modica cifra di 9 euro e 20 centesimi (20 centesimi?) e che io, in lotta con il vomito, accetto perché ho capito che sto combattendo contro i mulini a vento e non mi sembra il caso di discutere. Dopo avermi applicato quella che dal prezzo suppongo sia acqua santa sulla testa, mi lascia macerare 5 minuti.

Profumata e rigenerata, la mia testa ed io ci prepariamo alla fase del taglio. All’ urlo di “a seconda della forma della tua testa vediamo come va”, il parrucchiere comincia a tagliare.

Mentre lavora, io ovviamente vedo tutto: vedo con precisione come tenta di lasciami il ciuffo lungo e i capelli sparati dietro, vedo con quale attenzione certosina mi rasa il retro testa come un esponente del punk rock, e oltre che vedere, sento pure con incredibile lucidità come a tratti mi pianta le forbici nella nuca. Non dico niente finché soddisfatto, davanti alla mia immagine mortificata allo specchio, il mio aguzzino mi dice di aver terminato.

Una parte di me vorrebbe dire va bene, che in fondo anche se non ho chiesto di essere addobbata come una signora attempata, alla fine l’aspetto fisico è solo il guscio e che le cose importanti sono altre tipo la personalità. L’altra parte di me, quella che ha fatto un bonifico di euro 56 e che ne dovrà fare un ennesimo di 9 e 20, decide di ribellarsi…

Vade retro coiffeur

Con una rabbia ingiustificata persino se gli avessi preso a schiaffi la madre, ricomincia a tagliare con i denti digrignati, specificando il fatto che non è colpa sua se i miei capelli non stanno in piega. E quasi quasi, per la seconda volta, mi viene voglia di dirgli di lasciar perdere per non vederlo sbriciolarsi tutti gli incisivi. Ma sto zitta e aspetto che ripari il danno e dato che in mano ha comunque un utensile con le punte, tento di ammansirlo con ringraziamenti e complimenti circa l’ottimo operato.

Quindi tutto è bene quel che finisce quasi sull’orlo del pianto. Bene perché io sono contenta e soddisfatta di essermi denudata la testa, bene perché lui dopo aver finito mi ha chiesto di farmi delle foto per flexare il taglio su Instagram, e bene perché alla fine della fiera mi hanno fatto uno sconto e al posto di 9 euro e 20 ho pagato il trattamento 4 euro e 50 (ma che problemi hanno con i centesimi?).

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