Il martirio della gentilezza

Un giorno lo zio di un signore vestito in simil latex e con l’incredibile talento di spruzzare ragnatele facendo le corna ha detto: “Da un grande potere derivano grandi responsabilità”.

Parole che sul momento non ho preso seriamente (forse perché accecata dalla brutta scelta del nipote supereroe di non indossare scarpe ma di optare per una tuta provvista di piedini, di cui intuisco la comodità ma disapprovo il design) ma a cui non ho potuto fare a meno di pensare l’altro giorno tornando a casa.

Il perché sono stata investita da questa ondata di saggezza a un paio di metri dal portone della mia catapecchia, carismatico e giustamente affezionato lettore, è come al solito un racconto veramente interessante e pieno di colpi di scena (un po’ come tutti gli aneddoti presenti in questo blog, se non si fosse notato).

E infatti la storia di come mi sono presa l’impegno inderogabile e a titolo gratuito di mantenere ordinate e rigogliose le aiuole condominiali comincia con una me trotterellante verso un pomeriggio di divano e uncinetto di ritorno da un turno dal ristorante.

Sono dunque a pochi passi dal portone già con le chiavi pronte in mano, quando con la coda dell’occhio vedo la mia vicina di casa millenaria piegata a sandwich a raccogliere erbacce.

Il mio istinto è quello ovviamente di ignorare la dolce vecchina, imboccare porta e scale e dedicarmi ai miei piaceri. Istinto che sto per seguire senza alcun senso di colpa se non fosse che il mio sguardo e quello dell’anziana affaticata si incrociano.

Neanche il tempo di pensare “bojafauss” che la signora mi placca e mi fa sapere che se mi ha tolto il saluto da due mesi a questa parte, è solo perché per la prima volta si rende conto che mi sono tagliata i capelli.

Io la rassicuro sul fatto che non mi sono offesa e, se non mi sorridesse in una maniera che mi scalda il cuore, quasi quasi aggiungerei pure che per quanto mi riguarda può anche continuare sulla stessa linea. Termino spiegandole che non si deve affatto sentire in difetto se ha smesso di riconoscere una persona che abita nel palazzo da cinque anni solo perché ha cambiato acconciatura.

Dato che tirare avanti mi pare brutto e considerato che alla signora, sentito odore di small talk, ormai brillano gli occhi, con la mano ancora ben salda alla maniglia decido di chiederle come procede la sua esistenza.

La giardiniera stagionata con commozione comincia a spiegarmi per filo e per segno come gli anni abbiamo influito negativamente sul suo stato di salute e di come la vita sia dura per chi sente l’ora del giudizio ticchettare come un rolex.

Dopo una panoramica molto accurata sulla decadenza del corpo umano partendo dalla vista arrivando all’ossatura debole, comincio a sentire in me il peso di essere ancora in un’età dove posso eseguire un saltello senza smontarmi come un puzzle.

Ed è li che mi torna in mente zio Ben e le sue parole pregne di dovere verso il prossimo. Faccio, quindi, terminare alla mia interlocutrice la deliziosa descrizione della sua anca poco stabile e le chiedo se non sia il caso che qualcuno con meno effetti collaterali nel mettersi a squat potesse sostituirla in questa impresa del tutto volontaria di tenere in ordine quell’appezzamento di terra.

La cara anziana mi conferma che effettivamente non sarebbe male fare questo passaggio di testimone: “magari a un amante del verde”.

Dopo averle assicurato che non sono mai riuscita a tenere in vita il rosmarino per più di 12 ore e di non sentire nessuna empatia per gli esseri viventi né in forma animale tantomeno vegetale, le dico che quel successore sarò io medesima.

Travolta da questo momento di incredibile vanagloria, mi prendo dunque l’impegno di dedicare almeno un giorno alla settimana alla stimabile impresa di capire quali steli d’erba abbiamo il diritto di stare in bella mostra davanti al condominio. Dopo aver promesso solennemente quanto sopra, esco di scena avviandomi a testa alta verso quello stanzone male arredato che teneramente chiamo appartamento.

Inutile dire che passati i pochi secondi in cui mi sono sentita altruista come una volontaria di Medici Senza Frontiere, mi sono resa conto del madornale errore. Ma ormai il danno era fatto ed eccoci quindi al capolinea di questa memorabile storia, adorabile amico mio, ovvero il presente. Non appena finirò di scrivere queste due frasi infatti mi armerò di sacchetto biodegradabile e andrò a espiare la sola colpa di essere un essere umano estremamente premuroso.

(Spero almeno che se mai dovesse sciaguratamente morire tutta la flora presente, nessuno venga a battere cassa da me)

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